Anni di guerra: 1915, 1916, 1917, 1918.Inserita "La leggenda del Piave" (miriamtonioli)(3° video di 4)Scuola Secondaria di I - II Grado. Bisogna ricordare che, parlando di interventisti e neutralisti, va esclusa la classe contadina - più della metà della popolazione - che godeva del diritto di voto, ma che non faceva realmente parte dell'opinione pubblica; la politica era accessibile in Italia nei limiti in cui vi penetravano le ferrovie, la popolazione che abitava lontano dalle stazioni ferroviarie era praticamente isolata e fuori dal contesto socio-politico della nazione[14]. Non lasciarono traccia nella stampa militare (che difese il ruolo e le carriere degli ufficiali), nei dibattiti del dopoguerra, nelle memorie dei comandanti, nella documentazione pubblicata dall'Ufficio storico dell'esercito e negli studi successivi. Nel 1917 i due reggimenti furono ridenominati in 99º e 100º Fanteria. Il 3 luglio 1914 la salma del Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito, generale Alberto Pollio, entrava nella stazione di Porta Nuova a Torino, in mezzo a due ali di ufficiali in alta uniforme, diretta a Roma. I segretari in entrambe le strutture godevano di larga autonomia nella scelta dei collaboratori, che venivano reclutati su base volontaristica e senza preclusioni di classe. L'esercito si adoperò anche ad aumentare il numero di fucili e del loro munizionamento, ma non si colse la necessità di commesse maggiori per il munizionamento dell'artiglieria; insufficienti si rivelarono anche il numero di mitragliatrici e bombe a mano, mentre il numero di pezzi e munizioni per l'artiglieria media e pesante restarono per parecchio tempo, anche dopo l'entrata in guerra, molto scarsi[50]. Cadorna si preoccupò di portare l'esercito al massimo dell'efficienza contemplata dai piani prebellici; le unità di cui era prevista la costituzione al momento della mobilitazione (10 divisioni) vennero impiantate in anticipo affinché garantissero la stessa formazione ed efficienza di quelle permanenti. Tutti però additavano la diminuzione della statura politica incombente sull'Italia, se fosse rimasta spettatrice passiva: i vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato, e se i vincitori fossero stati gli Imperi centrali, si sarebbero anche vendicati della nazione che accusavano traditrice di un'alleanza trentennale[12]. Il governo di Vienna non aveva minimamente ragguagliato Roma durante la fase di preparazione del durissimo ultimatum che aveva presentato, onde evitare le facilmente prevedibili reazioni negative; e nel tentativo di impedire qualunque forma di protesta formale, la scadenza dell'ultimatum stesso venne prefissata alle ore 17 del giorno successivo. Nel 1919 fu condotta un'inchiesta ufficiale sul comportamento dell'esercito occupante basata sulla raccolta di rapporti, testimonianze di parroci, amministratori, persone autorevoli che l'avevano vissuta. Per questi ultimi la guerra era auspicabile come base di partenza per il «grande incendio che avrebbe travolto tutto il vecchio ordine», che avrebbe portato a una rivoluzione sociale, e come scrisse il 5 dicembre 1914 Filippo Corridoni sull'Avanguardia, avrebbe permesso di: «[...] spianare la via della rivoluzione sociale, eliminando gli ultimi rimasugli della preponderanza feudale» consentendo la presa di coscienza di classe del proletariato[25]. Questo consenso venne raggiunto da vari fattori, basati sia su ipotesi logiche non documentabili, sia su un'effettiva attività assistenziale e di gestione della guerra imposte dai comandi. Il 3 novembre 1918, mentre reparti italiani entravano a Trento e sbarcavano a Trieste, i delegati dell'Austria-Ungheria firmarono l'armistizio di Villa Giusti, conclusivo delle ostilità sul fronte italiano[82]. Ad ogni modo Cadorna non ebbe mai dubbi; i prigionieri italiani erano troppi, quindi erano colpevoli certamente di mancata aggressività, probabilmente di viltà, non pochi di diserzione. Un fattore decisivo per quanto accadde in Italia in quei dieci mesi fu indubbiamente lo scollamento e l'indecisione delle due correnti neutraliste più forti, i socialisti e la classe liberale. La voce di Benedetto Croce fu ugualmente rappresentativa a quella dello storico pugliese, anzi, scrivendo sulla sua rivista culturale La Critica, Croce ebbe maggior diffusione nel mondo dell'alta cultura, delle istituzioni e nell'area della classe dirigente liberale e del centro-destra. Originariamente quattro, tali referenti durante la crisi di governo del maggio 1915 si riducono quantomeno a due, socialisti e liberali giolittiani (mentre i cattolici assunsero posizioni diverse e ambigue); infine a uno (i socialisti) quando la crisi rientra, Salandra si presenta alla Camera e vengono votati i crediti di guerra (20 maggio). L'occupazione fu quindi giustificata in base all'art. La prima guerra mondiale 2. Una nuova tornata di conflitti locali fu innescata nel 1911 dall'Italia con l'impresa libica, che porterà l'Impero Ottomano a lasciare la presa in Libia e nelle terre balcaniche, rendendo così meno stabile l'Impero austro-ungarico nei Balcani, regione in cui stava sempre più delineandosi l'irredentismo slavo, appoggiato dalla Russia, con ambizioni di destabilizzare l'Impero asburgico. A innescare la crisi fu la venuta di Giolitti a Roma il 9 maggio, che imbaldanzì i deputati di orientamento neutralista, che erano la maggioranza, e scompaginò i piani di Salandra e del re e gettò sconcerto nelle file degli interventisti[38]. Un altro elemento utile al governo per controllare l'opinione pubblica venne rappresentato dalla censura dei giornali italiani. Le fonti a proposito non mancano, soprattutto per quanto riguarda i resoconti e i documenti scritti e iconografici conservati negli archivi viennesi, che furono utilizzati dagli studiosi austriaci per ripercorrere le fasi finali, l'amministrazione militare e le condizioni delle truppe austro-ungariche sul fronte italiano. Queste prese di posizione dei socialisti a favore della guerra, non erano, per la maggior parte conversioni improvvise. I risultati dell'industria italiana risultarono di tutto rispetto, soprattutto considerando le costruzioni navali e aeronautiche, la produzione di fucili, mitragliatrici, cannoni e granate fu certamente inferiore rispetto alla produzione britannica, ma la limitata evoluzione tecnica delle armi durante il conflitto permise all'industria Italiana di produrre con largo impiego di licenze britanniche, francesi e talvolta tedesche e austriache. Seppur maggiori in termini numerici agli interventisti, i neutralisti non avevano dalla loro parte gli organi e le istituzioni politiche che potevano smuovere le masse. Per questo motivo vennero delegati ai comitati per la mobilitazione industriale una serie di compiti che andavano dalla scelta dei materiali da produrre, all'acquisto delle materie prime in Italia e all'estero e la loro assegnazione alle aziende, alla stipulazione di commesse e alla gestione della manodopera (orari, salari, sicurezza, preparazione professionale, assistenza e previdenza)[134]. Mentre le truppe tedesche costituite da truppe fresche impiegate per l'occasione, vi si poteva cogliere la baldanza e la durezza, tra le truppe austro-ungariche apparivano spesso lacere, miserabili e sporche; in altri termini più simili alla popolazione sottomessa, con la quale spesso nacquero sentimenti di compassione reciproca[182]. Alla fine del 1917 furono importati dalla Francia per prove e valutazioni un esemplare del carro pesante Schneider CA1 e quattro dell'ottimo carro leggero Renault FT; questi ultimi fecero da modello per un nuovo carro di concezione italiana, il Fiat 3000, ma la messa a punto del mezzo fu completata solo dopo la cessazione delle ostilità[68]. Queste idee troveranno spazio e forma ne L'Idea Nazionale, il quotidiano nazionalista romano che nella primavera del 1915, diede voce alla faziosità antineutralista e liberticida degli intellettuali militanti del nazionalismo italiano - Enrico Corradini, Francesco Coppola, Luigi Federzoni, Maffeo Pantaleoni - che offrirono una sponda politica al patriottismo di Gabriele D'Annunzio nel suo "maggio radioso"[33]. In questo campo d'azione le tre correnti neutraliste - socialisti, cattolici e liberal giolittiani - mancavano di progetti comuni e punti d'incontro, mentre il fronte interventista agisce fin da subito come un blocco unificato, emarginando progressivamente i neutralisti i quali si ritirano dal campo prima ancora di tentare di agire in modo unificato[18]. In modo unanime le autorità tendettero a ridurre il problema dei prigionieri a problema privato e secondario, delegato alle famiglie dei prigionieri, mentre lo stato fu legittimato a disinteressarsene. I preti assunsero così una doppia valenza, di autorità ecclesiastica e di ruolo pubblico e civile, che lasciava loro un ampio spazio di manovra che fu ovviamente sfruttato dalle autorità di occupazione per il mantenimento dell'ordine e di mediazione con la popolazione. Per la grande maggioranza dei soldati, il consenso non venne ottenuto attraverso un'efficace propaganda o tramite una forte motivazione patriottica, e nonostante questo l'esercito italiano diede prova di solidità, compattezza e obbedienza durante tutti i tre anni e mezzo di guerra. Quando l'Italia entrò in guerra nel maggio 1915, il conflitto infuriava già da quasi dieci mesi: entrati in azione sulla base di piani preordinati che prevedevano grandi movimenti di truppe e manovre avvolgenti e risolutive, gli eserciti contrapposti si erano ben presto ritrovati invischiati in una sanguinosa guerra d'attrito caratterizzata da un fronte continuo e ininterrotto di linee trincerate, che rendeva impossibile qualunque aggiramento e obbligava a continui assalti frontali[91]. Ad aggravare la situazione si aggiunsero poi le difficoltà alimentari in Germania e Austria dovute al blocco navale imposto dagli alleati, che colpirono la popolazione, e in maniera altrettanto pesante si riverberò sui prigionieri di guerra, che dovettero affrontare inoltre anche il freddo e le malattie, in particolare la tubercolosi e l'inedia[125]. L'urgenza politica fece dei giornali un'arma per indirizzare le masse: la rivista di carattere interventista Lacerba diventa del tutto "politica", la Gazzetta del Popolo di forte impronta unitaria si schierò nettamente a favore dell'intervento[16], il Corriere della Sera del liberal-conservatore Luigi Albertini si schiera via via con la classe dirigente, e nasce Il Popolo d'Italia, un vero e proprio organo di battaglia e giornale-partito guidato dall'interventista Mussolini[17]. Nonostante questo però, durante il conflitto riuscì a sopperire alle enormi richieste di armamenti e munizioni dell'esercito grazie all'organizzazione e alla mobilitazione industriale, e soprattutto grazie all'apporto di materie prime e risorse finanziarie concesse dagli alleati e dalla relativa semplicità dei processi tecnologici di inizio novecento[158]. Le postazioni dei due eserciti iniziavano con una fascia di reticolati di filo spinato, saldamente assicurati al terreno da paletti di ferro o legno; seguiva la prima linea di trincee, scavata a zig-zag per evitare il fuoco d'infilata: la distanza media tra le due prime linee era di circa 100 metri, ma in seguito gli italiani tentarono di accorciarla a 50 o anche 20 metri, onde ridurre il tempo allo scoperto dei reparti lanciati all'attacco[100]. Pagine nella categoria "Forze armate della prima guerra mondiale" Questa categoria contiene le 15 pagine indicate di seguito, su un totale di 15. Chi combatteva dichiarava pertanto di aver motivi di odio «dinanzi e dietro di sé», ossessionati dal fatto che l'Italia fosse piena di "imboscati" che erano riusciti a scampare ai rischi della guerra. La firma dei trattati di pace finali portò a un rigetto delle condizioni a suo tempo fissate nel Patto di Londra e a una serie di contese sulla fissazione dei confini settentrionali del paese, innescando una grave crisi politica interna sfociata nella cosiddetta "Impresa di Fiume", cui si sommarono i rivolgimenti economici e sociali del biennio rosso; questi fattori gettarono poi le basi per il successivo avvento del regime fascista. Durante il conflitto, la propaganda si occupò della prigionia quasi soltanto per ribadirne il carattere disonorante: i prigionieri erano «sventurati e svergognati» che avevano «peccato contro la patria», come proclamava D'Annunzio e ripeteva la stampa. Dopo una lunga serie di inconcludenti battaglie, la vittoria degli austro-tedeschi nella battaglia di Caporetto dell'ottobre-novembre 1917 fece arretrare il fronte fino alle rive del fiume Piave, dove la resistenza italiana si consolidò; solo la decisiva controffensiva di Vittorio Veneto e alla rotta delle forze austro-ungariche, sancì la stipula dell'armistizio di Villa Giusti il 3 novembre 1918 e la fine delle ostilità, che costarono al popolo italiano circa 650.000 caduti e un milione di feriti. 2. L'affidamento esclusivo agli aiuti privati però non bastava e non assicurava la sopravvivenza dei prigionieri, per i quali sarebbero occorsi aiuti organizzati dai governi dei rispettivi paesi. La piazza interventista , dove s'incontrano sovversivi di sinistra e di destra, uniti dallo scopo immediato, si arroga la funzione di stimolo decisivo nei confronti delle più alte istituzioni statali e governative e si propone quasi come un governo di riserva a rappresentanza popolare. Ma in questi dieci mesi fu la politica a farla da padrone, chiamando in causa il popolo e la nazione nel richiamo al patriottismo, e forzando o surrogando le istituzioni. Le fonti erano tuttavia reticenti e la memoria piuttosto disattenta per quel che concerne gli aspetti più scabrosi e imbarazzanti in ottica patriottica, in particolare la collaborazione che di fatto si era instaurata col nemico sia da parte della popolazione che da parte del clero e delle autorità civili[178]. 4 dell'armistizio con la necessità «di assicurare all'Esercito italiano due solide teste di ponte sull'Inn per ogni eventuale cambiamento di situazione». I soldati condannati per reati di questo tipo commessi mentre si trovavano in linea furono poco più di 6.000, mentre circa 93.000 furono quelli giudicati colpevoli per essersi allontanati o per non essere rientrati mentre il reparto si trovava nelle retrovie, in riposo, o mentre erano in licenza. In questo senso un primo aspetto da considerare concerne lo sfaldamento dell'apparato amministrativo italiano che seguì e accompagnò quello dell'apparato militare dopo la rotta, provocando la decapitazione della classe dirigente locale. Inizialmente il peso delle operazioni alleate ricadde sulla marina francese; l'Italia allo scoppio del conflitto aveva dichiarato la sua neutralità, mentre il Regno Unito era impegnato contro la Kaiserliche Marine nel mare del Nord e nella scorta al traffico mercantile nel Mediterraneo. La guerra di trincea che si sviluppò sul fronte italiano non fu troppo dissimile da quella che si sviluppò sul fronte occidentale, anche se il terreno montuoso delle Alpi orientali non fece che peggiorare le condizioni di vita dei soldati e la costruzione stessa delle trincee: l'altopiano del Carso presentava un duro strato di roccia calcarea sotto un piccolo velo di terreno, rendendo impossibile scavare trincee profonde senza l'ausilio di perforatrici meccaniche e trasformando ogni esplosione di artiglieria in una cascata di pericolose schegge di pietra; l'altopiano era arido e privo di acqua nei mesi estivi e spazzato dai gelidi venti di Bora in inverno[97]. La Grande Guerra hè finita. Coloro i quali avevano avuto la fortuna di sfuggire a quegli orrori preferivano invece non vederli scritti nei giornali, proseguendo la loro vita di sempre[173]. I primi sono i più numerosi, e in maggior parte resteranno ostili alla guerra, ma al suo interno ci fu fin da subito una sorta di "diaspora" che portò molti socialisti ad appoggiare il richiamo nazionale andando a gremire le file interventiste[20]. Guerra europea: si svolse soprattutto in Europa. I fautori dell'intervento di parte progressista si rifacevano agli ideali di democrazia e alla lotta contro le monarchie autocratiche e alla liberazione di Trento e Trieste. Dalla dichiarazione di guerra all'amnistia concessa dal governo Nitti il 2 settembre 1919, le denunce all'autorità militare assommano a 870.000, su poco più di 5 milioni di mobilitati. La performance di D'Annunzio fu all'altezza della sua fama; il discorso fu teso a circondare l'evento di un alone di sacralità, e il timbro principale fu dunque quello religioso, e religiosi - anzi biblici - furono molti dei rimandi simbolici e delle movenze ritmiche dell'orazione. Al fronte di parlava di un'Italia in cui «ci si divertiva a rotta di collo», piena di «caffè, teatri, balli, vergini di fregola, bagasce, ruffiani, pescicani e imboscati», e dove «le fabbriche di automobili non sapevano più come soddisfare le esigenze dei privati»[151]. Triplice intesa 2. Lattentatore fu lo studente nazionalista Le opere letterarie riguardanti il fronte italiano sono moltissime, qui di seguito sono elencati in ordine alfabetico alcuni tra gli scritti più famosi: Qui di seguito in ordine cronologico, alcuni dei titoli più significativi: Dalla guerra di manovra alla guerra di posizione, Ammutinamenti, diserzioni e giustizia militare, Mussolini giornalista: dalla neutralità all'interventismo. Gli studi condotti fin dall'agosto 1914 sul problema della mobilitazione dell'esercito, il cui spostamento alla frontiera avrebbe richiesto almeno un mese, e avrebbe comportato provvedimenti talmente vistosi da far temere mosse anticipate da parte degli avversari, condussero all'adozione di un nuovo sistema di mobilitazione definito come «mobilitazione rossa». Questo atteggiamento era appoggiato e incoraggiato dalle autorità politiche e militari italiane, a conferma della scarsa fiducia che esse avevano nelle truppe[130]. Se in nemici fossero stati dipinti feroci e vigliacchi, i soldati avrebbero combattuto con più convinzione e i civili avrebbero scagliato contro il nemico, e non contro i governanti le loro maledizioni. La prima guerra mondiale 1. E al centro del centro possiamo trovare due varianti della figura femminile, la madre e la sposa. Questi dati però non bastano per misurare la frequenza delle infrazioni, perché molte non erano perseguite e molte erano denunce infondate, come dimostra il 40% medio di assoluzioni[122]. I corrispondenti di guerra conoscevano bene la realtà del fronte, inviavano notizie circostanziate ai direttori dei loro giornali, ma tacevano con il pubblico dei lettori, pubblicando articoli che nascondevano, e in alcuni casi falsificavano, gran parte della verità, in un'opera cosciente di disinformazione. La Triplice Alleanza, con l'azione messa in atto dall'Austria-Ungheria senza intesa preventiva con l'Italia e anzi, tenendola deliberatamente all'oscuro, era stata violata non solo nello spirito ma anche nella pratica[9]. Fondamentalmente, pur con motivazioni e obiettivi diversi, c'era la convinzione della maggior parte delle correnti politiche dell'epoca che la guerra era destinata a cambiare il mondo, per cui era impossibile e poco augurabile, rimanerne fuori, in quanto essa avrebbe comunque travolto le vecchie convinzioni e i vecchi equilibri[24] Ciò spiega lo schieramento a favore della guerra di uomini e gruppi che si rifacevano alla tradizione socialista e democratica, definendo quello che successivamente venne chiamato «interventismo democratico» o nel caso dei socialisti, «rivoluzionario». La Grande Guerra accrebbe lo stato di isolamento della Somalia italiana, sostanzialmente lasciata a sé stessa; il presidio italiano dovette subire alcune scorrerie e azioni minori da parte dei ribelli somali dello Stato dei dervisci, impegnati in una decennale guerriglia contro i britannici del Somaliland, ma riuscirono a mantenere un certo controllo del territorio[90]. In questo documento venne quindi deciso che il principale sforzo doveva essere diretto verso la frontiera aperta del Friuli, puntando verso Gorizia e Trieste, senza però escludere una parziale invasione del Trentino, incentrando però questa parte del fronte ad un ruolo difensivo a causa delle difficoltà logistiche dell'alta montagna e alla mancanza di un numero sufficiente di armi d'assedio che non avrebbe consentito di espugnare i sistemi fortificati esistenti[46]. In termini numerici i contrari alla guerra, o "neutralisti" erano un'ampia maggioranza; evirata però nella voce[11]. La società contadina era molto disomogenea, vi facevano parte coltivatori diretti, fittavoli, mezzadri, coloni e un grandissimo numero di salariati, per un totale di circa dieci milioni di persone, le cui condizioni economiche e stato giuridico erano molto differenti fra loro. In ciascun ambito sociale le donne escono allo scoperto: l'anarchica Maria Rygier si converte all'ideale patriottico e sale sui palchi degli interventisti per fare discorsi pubblici, discorsi che fanno anche la repubblicana Margherita Sarfatti e la socialista Anna Kuliscioff, che divenne più che mai importante consigliera politica accanto a Filippo Turati.